

numero di persone avvenga attraverso il mantenimento del
criterio di rappresentanza esclusiva; ritiene, altresì, che il
Rotary non abbia bisogno di occuparsi di ulteriori messe a
punto della questione» (p. 149).
L’evoluzione dei tempi e la considerazione dell’esigenza di
creare «un Rotary più grande» hanno in realtà portato, nel
corso degli anni, a un superamento del criterio di rappre-
sentanza unica, ma questo allargamento non ha influito sul
sistema delle classifiche ed era, si può dire, nella natura
delle cose. Per quel che riguarda la composizione dei club,
Paul Harris si augura che, oltre agli uomini di affari e ai liberi
professionisti, anche chi esercita un’attività nel settore pub-
blico possa dare onorevolmente il suo apporto allo sviluppo
del Rotary. A noi questo può sembrare un auspicio scontato,
ma occorre tener presente che esso è rivolto a superare il
retaggio di una concezione negativa che persisteva in alcuni
settori della società americana del tempo. «I dati relativi
a un corso di studenti dell’Università di Harvard laureatisi
diversi anni fa [i. e. rispetto al 1935] dimostrano che la
stragrande maggioranza di essi si indirizzò verso i settori più
remunerativi degli affari e delle professioni; pochi soltanto
scelsero il servizio pubblico. Chiaramente la ragione fu che
quella scelta rispondeva al modo di pensare dell’epoca e
che l’area pubblica non si riteneva fosse sufficientemente
decorosa. Poca meraviglia se il più importante dei settori di
attività sia finito nelle mani di persone demotivate che man-
cano, sia della capacità, che della vocazione per un servizio
onorevole nella vita amministrativa americana. Per fortuna
la moda sta cambiando» (p. 181). Paul Harris preconizza
con grande lungimiranza anche l’ingresso di donne d’affari
e professioniste nei club rotariani. «Sono stati fatti notevoli
tentativi da parte delle donne d’affari e professioniste perché
le porte del Rotary si aprissero anche a loro […]. Se le donne
d’affari e le professioniste non hanno, però, avuto successo
nei loro tentativi di ottenere l’ammissione al Rotary, non sono
state invece deluse nei loro obiettivi di attuarne i principi.
Dispongono attualmente di parecchie, valide organizzazioni
proprie. L’autore spera che organismi del genere del Rotary,
oggi esistenti, possano moltiplicarsi fin quando giungerà
il momento in cui ci saranno club per tutti gli uomini e le
donne d’affari e professionisti animati dall’ideale del servire»
(p. 151). Quando qualcuno, restio ai cambiamenti, professa
di volersi richiamare al Rotary «delle origini», dovrebbe tener
presente anche questi auspici anticipatori del suo fondatore.
Con questo ampliamento progressivo della composizione dei
club, che ha avuto luogo negli ultimi decenni, si è andati
nella giusta e naturale direzione. Attenzione però a non «an-
dare oltre», fino cioè a intaccare alcuni principi concettuali e
strutturali su cui la nostra istituzione si regge. Personalmente
ritengo che si sia «andati oltre» quando è stato approvato dal
Consiglio di Legislazione del 2013 un enactment allo Statuto
del Rotary International, che apre le porte del Rotary anche a
quelli che hanno interrotto un impiego o non hanno mai lavo-
rato (
having never worked
) per prendersi cura dei figli o aiuta-
re i coniugi nel loro lavoro: RIC 5.2 (a)(6). Occuparsi dei figli
e degli affari di famiglia è una cosa sacrosanta. Ma rotariani
che non hanno mai lavorato in vita loro (
having never worked
)
potranno mai essere chiamati a svolgere il
vocational service
?
Eppure il servizio che viene reso attraverso la professione,
intesa in senso generale (
vocation
), è uno dei pilastri dell’atti-
vità rotariana, che connota il Rotary e gli altri club di servizio
rispetto a organizzazioni di pura e semplice beneficienza fon-
data sul buon cuore e i buoni sentimenti. E siamo pronti ad
ammettere che il concetto di
community service
possa anche
essere interpretato, per forgiare un’espressione provocatoria,
come «
own family service
»? D’altra parte, se proprio si volesse
restare nell’ordine di idee sotteso al nuovo comma, trovo che
sarebbe semmai più semplice e più corretto, anziché ricorrere
alla categoria del coniuge che aiuta il coniuge, riconoscere
dignità professionale al lavoro casalingo in quanto tale. Vale
sempre la vecchia massima: chi ha più giudizio ne adoperi.
Ogni club saprà regolarsi come meglio crede.
Tra gli obiettivi del Rotary quello a cui Paul Harris guarda con
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ROTARY
luglio/agosto 2016
FOCUS
[...] l’autore spera che organismi
come il Rotary possano moltiplicarsi fin
quando giungerà il momento in cui ci saranno
club per tutti gli uomini e le donne d’affari e
professionisti animati dall’ideale del servire.
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